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FUSIONE NUCLEARE A FREDDO: I DUBBI DEL FISICO ANTONIO ZOCCOLI


FUSIONE NUCLEARE A FREDDO: I DUBBI DEL FISICO ANTONIO ZOCCOLI   panorama.it   Giovedì 28 Aprile 2011     Quando nel gennaio scorso, per la prima volta in Italia, davanti a esperti e giornalisti, è stato realizzato un presunto processo di fusione nucleare fredda, in quel capannone nella zona industriale di Bologna, c’era anche lui, Antonio Zoccoli, professore di Fisica Generale e direttore della sezione bolognese dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN).

Insieme ad altri colleghi, Zoccoli ha osservato quanto il professore Sergio Focardi e l’ingegnere Andrea Rossi andavano mostrando, ma alla richiesta di fornire maggiori particolari sul prototipo in grado di fondere a freddo i nuclei di nichel e idrogeno, da cui la produzione di energia, non ha ricevuto sufficienti risposte, da qui i dubbi e le perplessità.“Non si tratta di scetticismo – spiega Antonio Zoccoli a Panorama.it – ma prima di dire che siamo di fronte a una reazione nucleare a freddo, fateci guardare dentro la macchina”.

Prof. Zoccoli, cosa non la convince del sistema “nichel-idrogeno” di Rossi e Focardi in grado di produrre un’alta quantità di energia immettendone nella macchina appena 1 kw?

Il problema principale è che non ci è stato possibile effettuare una verifica sperimentale dei risultati che questo, come altri gruppi di ricerca, dichiara di aver ottenuto. Di fatto Rossi e Focardi non hanno ancora mai voluto rendere pubblici e dettagli delle loro ricerche.

Perché secondo lei?

Mah, presumo per tutelare la segretezza del loro brevetto. Il che, intendiamoci, è del tutto comprensibile in un’ottica commerciale, meno da un punto di vista scientifico visto che per uno scienziato è difficile riconoscere dal di fuori, senza conoscere i dettagli dell’esperimento, se si tratti di fusione a freddo o meno.

Cosa intende per “dettagli dell’esperimento”? Non era presente anche lei quando è stato effettuato? Cosa chiede di più?

In sostanza, io e altri, chiediamo di poter guardare dentro la macchina, chiediamo di farci fare una misurazione più lunga di tre quarti d’ora, di far funzionare l’apparecchiatura per due settimana di seguito in modo da verificare che la produzione di calore è effettivamente di quella entità e che è costante.

A quel punto, di fatto, cosa cambierebbe per voi?

Che potremmo dire che il fatto che si produca così tanta energia per lungo tempo non è spiegabile parlando, ad esempio, di semplice reazione chimica. Il fatto è che che ci sono tanti modi diversi per produrre energia in tre quarti d’ora. La prova vera è data dalla durata della produzione: se va avanti per lungo tempo allora probabilmente non è una reazione chimica ma è qualcosa di diverso.

Esiste una prova madre per stabilire che si è di fronte a una reazione di tipo nucleare?

Tipicamente una reazione nucleare dà dei prodotti nucleari, come i raggi gamma che, ad esempio, noi non abbiamo riscontrato in occasione dell’esperimento di Rossi e Focardi.

Intervistato da noi, il professor Focardi ha spiegato che in realtà i raggi gamma vengono prodotti ma che essendo pericolosi per la salute loro sono riusciti a eliminarli grazie all’inserimento di piccoli spessori di piombo.

In linea di principio questo si può fare, ma secondo me “piccoli spessori di piombo” non dovrebbero schermare tutti i gamma e per produrre tutta quella energia ci vogliono molti gamma.

Se non si trattasse di una fusione nucleare, ma nemmeno di una semplice reazione chimica, di cosa potrebbe trattarsi?

E’ quello che vorremmo sapere! Non glielo so dire, almeno finché non ci sarà possibile fare tutta quella serie di verifiche necessarie a stabilire di che tipo di reazione si tratti. Le informazioni che abbiamo finora sono troppo frammentarie.

Se questa scoperta superasse, attraverso ripetute prove pubbliche ed empiriche, lo scetticismo di parte della comunità scientifica, che entità avrebbe?

Se davvero si trattasse di una reazione di fusione nucleare ottenuta in quelle condizioni lì, si tratterebbe di una scoperta di proporzioni planetarie: la risoluzione di tutti i problemi energetici del pianete.

Ci sarebbe da augurarselo e fare il tifo. Non crede?

Certamente. Ecco perché se capitasse a me di fare una scoperta del genere ne pubblicherei tutti i dettagli su una rivista scientifica internazionale e probabilmente vincerei anche il premio Nobel. Ciò che comunque posso dire è che il Dipartimento di Fisica dell’Università di Bologna è in contatto con il professor Focardi e l’ingegner Rossi per effettuare una serie di verifiche sulla loro apparecchiatura e capire la reale natura ed entità del fenomeno prodotto. Conosco Focardi da anni, la ritengo una persona assolutamente seria e per questo considero seriamente la cosa in attesa di poter esprimere un giudizio su elementi concreti.

 

Parlando invece di fusione a caldo, lei è d’accordo con la sospensione del programma nucleare italiano deciso dal governo dopo il disastro di Fukushima?

No, ma penso che il problema sia stato impostato male fin dall’inizio quando è stato deciso di aprire un programma nucleare in Italia senza definire prima un piano energetico nazionale. Ma dal momento che siamo partiti, mi chiedo cosa è cambiato dal disastro di Fukushima a oggi. L’incidente di Fukushima non ha avuto nulla a che fare con l’atomo in sé, ma è dipeso dal fatto che era stata progettata una centrale in riva al mare che prevedeva di reggere onde di tsunami alte 6 metri e mezzo e invece sono state alte 15.

 

E tuttavia quell’evento ha avuto sulla popolazione italiana un fortissimo impatto emotivo…

Ce l’ha avuto perché gli italiani non sono sufficientemente informati.

Quindi secondo lei è giusto o sbagliato che si esprimano in merito con un referendum?

Secondo me una volta che un Paese decide di cambiare lo scenario con cui produce la propria energia è giusto che ci sia una consultazione popolare. Il problema è che qui in Italia certe scelte si prendono in base all’appartenenza politica: se uno è mediamente di destra allora è favorevole al nucleare, se è di sinistra no senza considerare quelli che sono i reali rischi e vantaggi dell’atomo e se serve o meno alle nostre necessità.

I video dell’esperimento di gennaio a Bologna

http://blog.panorama.it/italia/2011/04/28/fusione-nucleare-a-freddo-i-dubbi-del-fisico-antonio-zoccoli/

IL PEPERONCINO FA DIMAGRIRE


27 Aprile 2011
Post di francescadorothy
 
 
 
 
 
Roma – La rivista Physiology & Behaviour ha pubblicato uno studio che riporta importantissime e interessanti proprietà del peperoncino.Alcuni ricercatori statunitensi hanno infatti condotto una ricerca che dimostra le qualità dimagranti del piccante ortaggio, a quanto pare consigliato sia a chi deve perdere qualche chiletto che a chi debba intraprendere un percorso più impegnativo.

Il merito è della capsaicina, la sostanza a cui si deve il sapore piccante. Questo perché il bruciore che il peperoncino provoca aumenta la temperatura corporea, con un conseguente impiego di energie e una limitazione della sensazione di appetito.

In sostanza il peperoncino brucia in tutti i sensi e ci aiuta così ad eliminare le calorie in eccesso e a tenere sotto controllo il desiderio di banchettare di nuovo.

La ricerca è stata effettuata su un campione piuttosto ristretto – 25 volontari – a cui è stato somministrato del peperoncino, ma i risultati sembrano essere attendibili.

Il peperoncino è già apprezzato per la sua azione sulla pressione sanguigna, che contribuisce a stabilizzare e ora questa nuova ricerca spiana la strada per le nostre tavole al piccante cornetto. E non dimenticate le virtù afrodisiache, che non guastano mai.

http://www.wakeupnews.eu/il-peperoncino-fa-dimagrire/

Gene Hcn4 origina il battito cardiaco


Gene Hcn4 origina il battito cardiaco 11 gennaio 2011, 21:49

 

Secondo una ricerca condotta da alcuni ricercatori dell’Universita’ Statale di Milano diretti da Dario Di Francesco, il battito del cuore è provocato da un solo gene. L’unico gene battezzato Hcn4 o gene pacemaker sarebbe in grado di azionare il meccanismo della pompa-cuore controllandone la frequenza cardiaca. L’esito dello studio è stato pubblicato su Pnas e tale ricerca si potrebbe rivelare interessante per la cura di patologie che interessano il muscolo cardiaco come le aritmie e i disturbi del ritmo più in generale.

http://www.soveratonews.com/2011/01/11/gene-hcn4-origina-il-battito-cardiaco/

CARDIOLOGIA: SCOMPENSO CARDIACO


 SCOMPENSO CARDIACO
 
Copyright by THEA 2004
Lo scompenso cardiaco è una condizione che si ha quando il cuore, e in particolare il ventricolo sinistro, perde la sua normale capacità di pompare sangue per mantenere le funzioni vitali dell’organismo e, quindi, lavora con sempre minore efficienza. Si verifica sempre quando il miocardio è danneggiato e sovraffaticato. Vengono così a crearsi diverse alterazioni nella circolazione arteriosa e venosa, che aggravano ulteriormente lo stato del cuore, danneggiandolo in modo irreversibile. Inizialmente la quantità di sangue pompata dal cuore al resto dell’organismo risulta ridotta, mentre quella che torna dall’organismo al cuore incontra una resistenza superiore al normale. Di conseguenza, l’aumento della pressione venosa provoca un’uscita del sangue dai vasi e causa edema ai polmoni o agli arti inferiori (tipica la formazione di edema declive, caratterizzato dall’ingrossamento delle caviglie). Generalmente non si manifesta in modo improvviso, ma tende a svilupparsi lentamente; così possono trascorrere anni prima che emergano sintomi chiari e si possa intervenire. L’insufficienza funzionale cronica del cuore può avere anche esito fatale.
 

Sintomi, cause e trattamento dello scompenso

I sintomi principali dello scompenso cardiaco sono edema (accumulo di liquido nell’addome, nei polmoni, nelle gambe, nei piedi); insufficienza respiratoria (causata da un eccesso di liquido nei polmoni, si presenta generalmente come un’asfissia da annegamento); tosse secca persistente, con respiro affannoso; stanchezza (causata dal carente rifornimento di ossigeno ai muscoli e ai tessuti, con possibili danni a vari organi); inappetenza (per la ridotta efficienza dell’apparato digerente); confusione mentale (perdite di memoria, disorientamento); aumento della frequenza cardiaca (il cuore aumenta i battiti per compensare la perdita della capacità di pompa muscolare, fino alla comparsa di palpitazioni).
Si ritiene in genere che lo scompenso cardiaco sia una conseguenza di altre patologie, che danneggiano in vario modo il sistema cardiovascolare. La cause principali dello scompenso sono l’aterosclerosi (l’ispessimento delle pareti arteriose, in particolare delle coronarie, causa la diminuzione dell’afflusso di sangue al miocardio, danneggiandolo); l’infarto (la zona più sofferente dopo l’infarto è il ventricolo sinistro); l’ipertensione arteriosa (livelli elevati di pressione costringono il cuore a pompare più del normale per consentire una circolazione di sangue normale nell’organismo, con un graduale affaticamento del miocardio); diabete mellito (la condizione metabolica più a rischio per la salute delle arterie); patologie polmonari (che provocano una carenza nel rifornimento di ossigeno al cuore, costretto a un superlavoro); patologie specifiche del miocardio (per varie ragioni, fra cui l’abuso di alcol o sostanze stupefacenti e infezioni virali o batteriche); patologie valvolari (diverse malattie possono causare un malfunzionamento delle valvole cardiache, con conseguente affaticamento del cuore, costretto a lavorare più del normale).
Il trattamento dello scompenso cardiaco varia sulla base della gravità della malattia. Si interviene con diversi tipi di farmaci, a seconda delle circostanze. I diuretici favoriscono l’eliminazione del sodio e dei liquidi in eccesso, ma sono controindicati nei casi di diabete, gotta e livelli elevati di grassi nel sangue. I beta-bloccanti agiscono su recettori specifici diffusi in tutto l’organismo, e dunque anche nei vasi sanguigni, ma non possono essere presi da chi soffre d’asma, di insufficienza cardiaca, di depressione, di problemi gravi alla circolazione nelle gambe. Gli ace-inibitori infine agiscono su un sistema di controllo della pressione situato nei reni e non hanno particolari controindicazioni, se non durante la gravidanza.
 
 
 
 

CARDIOLOGIA: FRAZIONE D’EIEZIONE


frazione di eiezione

una frazione di eiezione al 30% la si puo aumentare?con quali farmaci?
RispostaLa frazione d’eiezione è una misura delle funzione sistolica del ventricolo sinistro; è calcolata in modo semplice con un esame ecocardiografico. Possiamo definirla in modo semplice come la “forza di contrazione del ventricolo sinistro”.
I valori normali sono superiori al 60 %, ma possono essere più bassi negli anziani.
Il riscontro di un valore del 30% è indice di una grave compromissione della capacità sistolica del ventricolo sinistro legata ad un quadro di scompenso cardiaco.
Alla terapia classica dello scompenso cardiaco si sono aggiunti recentemente dei beta-bloccanti quali il carvedilolo e il bisopropolo che “aiutano ad aumentare” la frazone d’eiezione.

http://www.anmco.it/PerIltuoCuore/esperto/Domanda.html?id=71

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Frazione di eiezione

In cardiologia la misura della frazione di eiezione (EF) serve a valutare l’efficacia di pompa del cuore. La frazione di eiezione del cuore è la frazione o porzione di sangue che il cuore pompa (espelle) dal ventricolo sinistro (gettata ventricolare sistolica) a ogni battito cardiaco rispetto al volume telediastolico. Nei soggetti con un cuore normale e sano la frazione di eiezione è pari a 55% o superiore. Questo significa che il 55% del sangue che riempie il ventricolo sinistro viene pompato nel corpo ad ogni contrazione. Un livello basso di frazione di eiezione bassa può indicare uno scompenso cardiaco nel paziente. Significa che il cuore non pompa efficacemente e quindi non fornisce una adeguata quantità di sangue agli organi interni ed al resto del corpo.

http://it.wikipedia.org/wiki/Frazione_di_eiezione

CARDIOLOGIA:IVABRADINA-WIKIPEDIA


Ivabradina

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Le informazioni qui riportate hanno solo un fine illustrativo: non costituiscono e non provengono da prescrizione né da consiglio medico. Wikipedia non dà consigli medici: leggi le avvertenze.
 

L’ ivabradina è il nome del principio attivo di indicazione specifica contro le forme di angina.

Indicazioni

È utilizzato come medicinale in cardiologia contro lo scompenso cardiaco, ipertensione, e trattamento post infarto.

Controindicazioni

Ipersensibilità nota al farmaco, shock cardiogeno, sindrome del nodo del seno, angina instabile, ipotensione, blocco seno-atriale.

Tale principio attivo non è stato ancora studiato in caso di gravidanza e durante l’allattamento.

DosaggiA

  • Angina, 5 mg (2 volte al giorno)
  • Farmacodinamica
     

    L’ivabradina riduce la frequenza cardiaca.

    Effetti indesiderati

    Alcuni degli effetti indesiderati sono iperuricemia, cefalea, eosinofilia, bradicardia, vertigini, nausea, fosfeni, alterazioni della visione, dispnea.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Ivabradina

    Cardiologia:Ridurre la frequenza cardiaca migliora lo scompenso


    Ridurre la frequenza cardiaca migliora lo scompenso

     
    La riduzione della frequenza cardiaca ha reso possibile un calo di circa il 25% della mortalità per scompenso cardiaco e una riduzione del 25% delle ospedalizzazioni per questa patologia. Questo importante risultato clinico è stato ottenuto con la somministrazione di ivabradina e i nuovi dati clinici, che fanno parte dello studio SHIFT, sono stati presentati stamattina in sessione plenaria al Congresso Europeo di Cardiologia (ESC) di Stoccolma, suscitando un forte interesse nei circa 30mila esperti presenti.

    Lo studio SHIFT (Systolic Heart Failure Treatment with If inhibitor Ivabradine Trial), pubblicato oggi su The Lancet, è il più ampio studio al mondo mai condotto sullo scompenso cardiaco. Il trial ha arruolato 6.558 pazienti in 37 paesi, Italia compresa. Tutti soffrivano di scompenso cardiaco di grado moderato o severo (classe NYHA 2-4) e presentavano una frequenza cardiaca superiore a 70 battiti al minuto, considerata il valore soglia.

    I pazienti ricevevano una terapia di base ottimizzata e, in aggiunta, sono stati sottoposti a terapia con ivabradina o placebo. Dopo un follow up medio di 22,9 mesi, 703 pazienti del gruppo ivrabadina (24%) e 937 del gruppo placebo (29%) sono andati incontro all’end point primario costituito da decesso e ospedalizzazione  (HR 0,82, IC 95% 0,75-0,90, p<0,0001).
    Nel corso dello studio, nel gruppo ivabradina la frequenza cardiaca si è ridotta da 80 battiti al minuto a 65, mentre nel grippo placebo i battiti sono scesi a 75.

    “I dati sono davvero eccezionali – afferma Roberto Ferrari, presidente dell’ESC – soprattutto perché chi era incluso nello studio già riceveva cure ottimali, come previsto dalle linee guida. Si tratta inoltre di una molecola antischemica immediatamente disponibile, utilizzata in pazienti con angina e per prevenire eventi coronarici. Agisce riducendo la frequenza cardiaca, un fattore di rischio poco conosciuto ma importante al pari di ipertensione, colesterolo alto, fumo e sovrappeso. Inoltre permette una migliore ossigenazione del cuore quando è sottoposto ad uno sforzo. A partire da questo Congresso, l’ivabradina diventerà una risorsa imprescindibile anche per lo scompenso”.

    Tra i pazienti scompensati “l’8% muore durante la prima degenza, il 15% a un semestre dalla dimissione e il 16% dopo 12 mesi – spiega Ferrari -, con ivabradina possiamo invece salvare centinaia di migliaia di pazienti, farli vivere meglio e ottenere un significativo risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale. Ecco perché questa ricerca ha un’importanza determinante, riconosciuta dall’intera comunità scientifica”.

    Ivabradina riduce la frequenza cardiaca attraverso una inibizione selettiva della corrente pacemaker specifica If che controlla la depolarizzazione spontanea del nodo del seno e regola la frequenza cardiaca. Gli effetti cardiaci sono specifici per il nodo del seno senza effetti sui tempi di conduzione intra-atriale, atrioventricolare o intraventricolare, né sulla contrattilità miocardica o sulla ripolarizzazione ventricolare. Appartiene ad una nuova classe , quella degli inibitori della corrente If.
    Già utilizzata per altri disturbi cardiovascolari, l’ivabradina riduce la frequenza cardiaca senza gli effetti indesiderati associati ai farmaci beta-bloccanti oltre a consentire una migliore ossigenazione del cuore quando e’ sottoposto a uno sforzo.

    “Dopo 20 anni dall’avvento degli ACE-inibitori e 10 dai beta-bloccanti, abbiamo oggi un nuovo farmaco salvavita – conferma il prof. Michel Komajda, coordinatore dello studio SHIFT. Questa patologia è estremamente diffusa, impedisce al muscolo cardiaco di lavorare correttamente e quindi la circolazione del sangue è insufficiente. Fra le principali cause, l’infarto, ma anche un’ipertensione trascurata. Sempre più frequenti i malati in età lavorativa, nel 30% dei casi colpisce ultra 65enni. In Italia la spesa totale per lo scompenso assorbe l’1,4% della spesa sanitaria nazionale. Dal 2003 rappresenta la prima causa di ospedalizzazione nel nostro Paese (dopo il parto naturale), con 200.000 ricoveri all’anno, in costante aumento (per il 2010 ne sono stimati oltre 230.000).

    Studio SHIFT pubblicato su The Lancet

    http://www.pharmastar.it/index.html?cat=18&id=4131

    Straordinaria eclissi lunare visibile in nord america


    Straordinaria eclissi lunare visibile in nord america

     

    L’emisfero nord si è goduto, martedì mattina, uno spettacolo incredibile, meraviglioso. Una eclissi di Luna ha tinto la Terra di uno splendido color amaranto, ed è stata chiaramente visibile dal Nord America, dalla Groenlandia, dall’Islanda. In Europa occidentale, invece, si è potuta ammirare solo la fase iniziale, mentre l’Asia occidentale ha potuto vedere solo la parte finale. In totale, dunque, il pubblico potenziale era di oltre 1.5 miliardi di persone. Per la prima volta da oltre 400 anni, l’eclissi è coincisa con il solstizio d’inverno.

    Il Sole, la Terra e il suo satellite si sono allineati perfettamente, con la Luna che è passata sul cono d’ombra proiettato dal suo pianeta-madre. La Luna, dunque, è rimasta illuminata dalla luce deviata verso di essa dall’atmosfera, e dato che questa luce riflessa è nella parte rossa dello spettro, la stessa Luna – vista dalla Terra – ha assnuto splendide tonalità rossastre. L’eclissi è durata circa tre ore e mezzo nelle zone in cui è stata perfettamente e completamente visibile.
    21/12/2010

    http://www.libero-news.it/news/555510/E_la_luna_illumin%C3%B2_di_rosso_il_Nord_del_mondo.html

     

    Cervello, la maturità arriva a 40 anni


    Cervello, la maturità arriva a 40 anniPubblicato il: 17/12/2010 13:47

    Una notizia che sicuramente farà felici i, per così dire, non più giovanissimi: la maturità del nostro cervello è completa a 40 anni e forse anche più. I ricercatori dello “University College” di Londra hanno rivelato al quotidiano “Daily Telegraph”, una importante scoperta che è stata presentata al British Neuroscience Christmas symposium.
    Secondo i loro studi è stato possibile riscontrare come la corteccia prefrontale, ovvero la parte più esterna del telencefalo nei vertebrati, area di fondamentale importanza nei complicati processi mentali quali la memoria, la concentrazione, il pensiero, il linguaggio e la coscienza, ma anche ai rapporti sociali e alle decisioni, continui a cambiare forma.

    La ricercatrice che ha portato avanti la ricerca, Sarah-Jayne Blakemore, afferma: «Fino a 10 anni fa l’opinione diffusa era che il cervello terminasse il proprio sviluppo nei primi anni di vita ora invece grazie alle moderne tecniche di “imaging” sappiamo che questo non succede. L’area interessata è particolarmente importante, ed è in definitiva quella che ci rende umani».

    Si è arrivati a questa conclusione grazie all’utilizzo della risonanza magnetica, ed è stato possibile stabilire anche che queste variazioni continuano ad avvenire precisamente tra i 30 e i 40 anni.

    Paola Sarappa

     

     

    Mandorle un aiuto per i diabetici


    LA STAMPA.IT
     
    20/12/2010 – prevenzione

    Mandorle, un aiuto per i diabetici

     

    Una dieta arricchita con le mandorle può essere un valido sostegno per le persone che soffrono di diabete di tipo 2. Lo studio

     

    Pistacchi, noci e in generale la frutta secca sembra essere molto importante per la prevenzione di numerose malattie. Tra queste vi è il diabete di tipo 2 che, secondo un nuovo studio condotto dall’Università di Medicina e Odontoiatria del New Jersey, ne ridurrebbero significativamente il rischio.

    Dai risultati dello studio emerge che le persone che consumano costantemente le mandorle hanno una migliore sensibilità nei confronti dell’insulina, e livelli di colesterolo LDL significativamente più bassi nei soggetti affetti da prediabete.
    Sono sufficienti almeno 16 settimane di consumo continuato o un utilizzo regolare delle mandorle, in conformità con le raccomandazioni dell’ADA (American Diabetes Association), per mostrare un’incidenza di rischio di malattie cardiovascolari notevolmente inferiore.

    È da precisare che nonostante a entrambi i gruppi che sono stati sottoposti ai test sia stato raccomandato di consumare carboidrati, il gruppo che assumeva le mandorle si era auto-ridotto il consumo di calorie derivanti da carboidrati.
    «Abbiamo fatto grandi passi avanti nella ricerca sulle malattie croniche per le prove di un trattamento efficace a una valida prevenzione» spiega la dottoressa Michelle Wien, Assistente Professore in Nutrizione presso la Loma Linda University’s School of Public Health e autore dello studio.

    «E’ promettente per le persone con fattori di rischio per le malattie croniche, come diabete di tipo 2 e patologie cardiovascolari, che cambiamenti nella dieta possano aiutare a migliorare i fattori che giocano un ruolo potenziale nello sviluppo della malattia. Sarebbe utile condurre studi di alimentazione strettamente controllati e studi metabolici post-prandiali che caratterizzano il controllo della quantità di carboidrati per confermare i risultati di questo studio».
    Integrare il consumo di mandorle nella propria dieta, quindi, non può che essere d’aiuto, ai prediabetici ma anche alle persone sane.
    [lm&sdp]

    http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/alimentazione/articolo/lstp/380696/